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Il Comune di Monzuno si estende per 65 kmq tra le valli del Setta e del Savena, nel cuore dell’Appennino Bolognese. Ha una popolazione di oltre 6.000 abitanti, in crescita da diversi anni. Il territorio è attraversato dalla ferrovia Direttissima Bologna-Firenze (stazione di Monzuno-Vado) e dall’Autostrada del Sole (casello di Rioveggio, ma anche nuovo casello di Sasso Marconi), che rendono agevoli le comunicazioni con la città di Bologna e l’intera Regione ma anche con il versante
toscano e Firenze. Una via di comunicazione meno rapida ma molto più suggestiva è la “Via degli Dei”, un percorso per escursionisti che collega Bologna a Firenze e che attraversa il territorio monzunese tra la vetta di Monte Adone e il valico delle Croci. Il Comune può contare su un Istituto Comprensivo, cui fanno capo due scuole materne (a Rioveggio e a Vado), due scuole elementari e medie (a Monzuno e a Vado), un asilo nido (a Rioveggio), una scuola materna parrocchiale (Monzuno).
Due le sedi comunali, nel Capoluogo e a Vado, con la Delegazione (a Vado vi è pure la sede della Polizia Municipale). Ci sono due biblioteche (a Monzuno e a Vado);  due  farmacie (Monzuno  e  Vado)  e  un  dispensario  farmaceutico (a Rioveggio); un poliambulatorio (a Vado); due stazioni dei Carabinieri (a Monzuno e a Vado); la Pubblica Assistenza a Vado e un distaccamento dei Vigili del Fuoco volontari a Monzuno; diversi impianti sportivi e un ricco tessuto associativo sparso
in tutto il Comune. L’economia si basa su un mix di artigianato-industriale, servizi e un settore agricolo ancora attivo. Monzuno e le sue frazioni (Vado, Rioveggio e Brento, oltre a molte altre località minori) offrono al turista uno splendido paesaggio collinare e montano, con i panorami sulle vette appenniniche, ben visibili dalla strada che collega Monzuno a Rioveggio (ma non solo) e la tranquillità della pineta sulla cima di Monte Venere, con i suoi quasi 1000 metri di altitudine. Diversi luoghi interessanti da visitare, per storia e bellezze paesaggistiche (citiamo Montorio con la sua casa-torre medievale, Polverara, l’Ospitale di Monzuno, Gabbiano con la sua chiesa dalla facciata neogotica, le Croci, i mulini del Savena, il castello di Elle
a Rioveggio, le tante case rurali, i magnifici castagneti, in buona misura recuperati). Il tutto condito dalla cordialità delle persone e dalla celebre tradizione della cucina montanara bolognese, ricca di funghi, tartufi, castagne e pane fragrante.

In collaborazione con il Comune di Monzuno per i dati e le informazioni inerenti il Comune


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panorama monzunoNell'Appennino a sud-est di Bologna, deviando dalla Porrettana sulla strada del Setta, ci si inerpica per una decina di chilometri e si arriva a Monzuno.

Monzuno nacque come Comune nel 1803. L'abitato attuale è moderno, ma ha il pregio di affacciarsi su una bella valle, ricca di mete storiche e naturalistiche, attualizzate dalla recente riscoperta della cosiddetta "Via degli dei".

La Chiesa di San Giovanni Evangelista, rifatta nel 1891, conserva un sorprendente interno barocco.

Nei dintorni, a Brigola, si trova la trecentesca Chiesa di San Michele, rifatta nel '600 e anch'essa con interno barocco; ospita un ritratto del Santo, copia di quello reniano conservato a Roma.

A Rioveggio è possibile ammirare il Castello di Elle, della famiglia Berti, a cui appartengono altri due manieri in parte rimodernati: quello della Polverara e la Torre di Montorio.

Poco distante da Monzuno si erge Monte Venere, una cima di 996 metri ammorbidita da boschi e pascoli; qui sorgeva un tempio dedicato alla dea dell'amore.

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Brento
Nei secoli passati altri nuclei dell’odierno territorio di Monzuno emergevano come centri direzionali. Brento fu senza dubbio un importantissimo castello esistente già nel VI secolo. Monte Adone e Brento erano passaggi obbligati per la discesa dagli Appennini verso Bologna. Verosimilmente la zona era conosciuta in età antica, ma mai Brento fu a capo di una diocesi dove si sarebbe rifugiato il vescovo di Claterna, importante insediamento romano a est di Bologna sulla via Emilia. Nel corso dei secoli Brento perdette la posizione di preminenza che lo aveva caratterizzato nell’alto medioevo. Nella seconda metà del Settecento Brento contava 240 anime; a detta del Calindri, questi abitanti possedevano un “talento ed indole inclina alla fierezza ed al mestiere delle armi”. In effetti a Cà del Mazza vivevano alcuni artigiani specializzati nella costruzione di armi da fuoco, “che fanno lavori a bolino, ed a cisèllo in ferro e in acciaio molto fini e di buon gusto, ond’è che le loro cartelle, o fucili, ed i lavori in acciaio co’quali riforniscono le casse da schioppo sono accreditatissime, e ricercati in assai lontane parti”.
La chiesa di Brento anticamente intitolata a Sant’Ausano o Aussano, martire di origine romana la cui venerazione si diffuse nel senese. Nel XIV secolo il nome da Aussano divenne Ansano. Nel 1838 fu restaurata ma nel luglio del 1841 dal sovrastante monte Castellazzo si staccarono due grossi massi che pur non colpendo persone o cose interruppero la strada e fu “impedito il tanto frequentato e necessario passaggio dei, carriaggi e bestiami qualunque”. La chiesa di Brento è stata completamente distrutta dagli ultimi eventi bellici, quando Tedeschi e Americani si affrontarono nell’inverno del 1944 lungo la Linea Gotica.
Nel 1967 a Brento è stato costruito un oratorio dedicato a Sant’Ansano a ricordo della millenaria chiesa distrutta, solo tre delle quattro campane originali sono state recuperate.

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Brigola
La località è ricordata nel 1085, quando vi venne rogato un atto. Alla metà del XIII secolo Brigola contava 25 “fumanti” (camini fumanti ossia famiglie). Nella seconda metà del Settecento la comunità contava 240 persone divide in 40 famiglie. Tre erano i borghi: Cà di Pè, Polverara, Poggio. All’interno dello Stato ecclesiastico, dopo la restaurazione del 1815, Brigola divenne frazione di Gabbiano, appodiato di Monzuno.
La Chiesa di Brigola intitolata a san Michele esisteva già nel 1110, lo testimoniano diverse denunce d’estimo. Inizialmente unita alla Pieve di Sambro, fu accorpata nel 1582 a quella di Monzuno.
L’attuale edificio venne eretto dai parrocchiani nel 1660, una delle campane era del 1427, nel 1690 la canonica comprendeva anche una torre colombaia. La chiesa era riccamente dotata tanto che nel 1769, all’atto della visita pastorale, venne citata come “molto bene ornata di sacri arredi e d’argenteria competente per il decoro delle Sacre Funzioni”.
Nella prima metà dell’Ottocento il campanile non aveva la guglia demolita per minacce di crollo. La sede parrocchiale è stata trasferita negli ultimi decenni nella chiesa di Rioveggio causa all’evoluzione dell’assetto demografico.

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Gabbiano
Gabbiano pare nominato per la prima volta in un documento del 928. La prima chiesa si trovava nel luogo detto Canonica, ove tuttora esiste l’edificio datato 1660.  Nel 1575 venne restaurata ma tre anni dopo fu lesionata da un terremoto e pochi mesi dopo una frana la demolì. Fu ricostruita a Palarè dove si trova tuttora, rimaneggiata in stile gotico francese nel 1923 dall’architetto Ildebrando Tabarroni.
Possessi della chiesa sancti Jacobi de gabbiano sono ricordati negli estimi di Monzuno dal 1315. Nella seconda metà del XVIII secolo la comunità Gabbiano contava 137 abitanti, vi erano due borghi per un totale di 24 famiglie e 14 case sparse. Nel 1769 in occasione di una visita pastorale l’estensore della relazione cita “tutti i decreti inadempienti, ma il novello Rettore s’adopera per quanto è possibile…. in presente la chiesa è cadente”
E il territorio della parrocchia è circoscritto a “quattordici case di miserabili coloni”. Emerge con forza l’atavica miseria delle popolazioni della montagna, che poco trova riscontro nei documenti ufficiali rivolti a definire contratti, canoni, scadenze, piuttosto che cogliere la reale situazione delle vicende umane.
Nel 1828 e fino all’unità d’Italia, Gabbiano fu appodiato del Comune di Monzuno con alcune frazioni sottoposte: Frasasso, oggi Trasasso, Brigola e Valle di Sambro.

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Gugliara
La comunità di Lagugliara contribuì nel 1249 con 32 uomini alla guerra contro Modena. Nel 1282 i suoi fumanti erano 16. La chiesa, dedicata a San. Nicolò, è citata nel XIV secolo ed era sottoposta alla pieve di Sambro. Attualmente rimangono pochi ruderi, dopo le distruzioni dell’ultimo conflitto mondiale. Nell’architrave del portale sono incisi il monogramma di Cristo e la data 1523, La visita pastorale del 1769 ci presenta la chiesa come “ben ornata d’apparati e d’argenteria”. Nel 1939 l’interno venne completamente rinnovato e si rialzò il campanile. Alla chiesa erano riuniti l’oratorio dedicato alla Beata Vergine del Rosario in località Cavaliera e quello si San Rocco, qust’ultimo sospeso poi demolito dopo la visita del cardinale Prospero Lambertini del 1731.
Nel secondo dopoguerra la sede parrocchiale è stata trasferita a Gardelletta, piccolo insediamento sulla riva del Setta, la cui chiesa è stata costruita tra il 1960 e il 1961.
Nei pressi di San Nicolò della Gugliara vi sono due località che presentano edifici di notevole interesse architettonico. Rabatta, con due edifici menzionati nel 1385. Attualmente si possono ammirare alcuni architravi datati XVI secolo. Riomaggio dove nel Quattrocento vi possedeva beni anche l’Ospitale di Santa Maria di Monzuno, tra i quali un edificio, conservatosi fino ai nostri giorni di eccezionale valore per due finestre a mensola sulla facciata.

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Monterumici
La località di Forcole o Forcolo, nei pressi di Monterumici, è ricordata in un atto di vendita del 1084. Nel XIII secolo gli estimi ci indicavano che la comunità aveva solo 9 fumanti, che divennero 22 più tardi, quando Monterumici venne unito a Badolo. Verso la fine del Settecento Monterumici era parrocchia sottoposta alla pieve di Monzuno, composta di 218 anime, divise in 44 famiglie. La trecentesca chiesa di Santa Maria Assunta, in occasione della visita pastorale del 1679, venne definita “assai ben provveduta”. Rilevato in età moderna anche con la grafia Monterumici, da cui alcuni cognomi attuali, la località era un annesso di Brento, a sua volta frazione del Comune di Monzuno. Nella seconda guerra mondiale, l’abitato venne completamente distrutto. Prima della distruzione sul sagrato della bella chiesa di Monterumici veniva celebrata il 22 agosto una festa che vedeva affluire molta gente anche da altre zone, la ricorrenza viene ricordata ogni anno nella cappella costruita più a valle, in località Furcoli.

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Montorio
Montorio è sede di un antichissimo castello. Ricordato nella documentazione già dal 1170, fu una delle prime comunità della montagna ad essere inglobata nel contado bolognese. All’interno del castello erano state costruite diverse abitazioni e attorno era sorto un piccolo borgo. Nei pressi della canonica si trovava una torre d’avvistamento, che dominava le valli sottostanti. Nei 1315 tutto il paese venne distrutto dal fuoco appiccato dai conti di Panico per rivalsa contro i signori di Monzuno, proprietari di parte del castello e delle terre circostanti. Nel 1325 i Modenesi infersero una dura sconfitta alle truppe del comune di Bologna a Zappolino. Le milizie dei conti di Panico, forti del momento di debolezza di Bologna, assalirono il castello di Montorio distruggendolo ed asportando addirittura la campana della torre. Dalla fine del XIV secolo il fortilizio passo al comune di Bologna  e di nuovo in mano alla famiglia dei signori di Monzuno fino agli inizi del Cinquecento. L’edificio denominato “La Torre“ parte un tempo del più ampio fortilizio, passò ai conti Castelli di Bologna, che nel 1584 lo donarono all’Ordine Militare di Santo Stefano per potervi essere ammessi, riottenendolo poi sotto il titolo di Commenda ereditaria o priorato. Estinti i Castelli l’edificio ritornò all’Ordine di Santo Stefano, che nel 1795 lo concesse in enfiteusi a Giacomo Marulli. Nel 1806 venne acquistato dal dottor Policarpo Berti, i cui discendenti sono gli attuali proprietari.

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La chiesa di Montorio, la Pieve di Sambro, fu forse una delle prime chiese plebane della montagna bolognese. Esisteva come pieve già nel 1110 e ricordata nel 1145 e nel 1151 in documenti dell’epoca. Gli estimi del 1315 ci informano che la pieve possedeva un discreto nucleo di appezzamenti nel territorio di Monzuno.
Nelle seconda metà del Settecento la parrocchia di Montorio, già Pieve di Sambro, contava 244 anime, divise in 38 famiglie ed era soggetta alla massaria di Brigola.La chiesa di San Pietro e Paolo ed il diritto di collazione appartenevano ai monaci olivetani di Scaricalasino. Ad essa erano sottoposti alcuni orastori: San Cristoforo di Sivizzano, Santa Trinità, Sant’Anna detta della pieve vecchia, San Mamante di Elle, la Natività di Gesù Cristo della Torre. Tre erano gli insediamenti: Arveggio (Rioveggio), Barbarino e Montorio.
Nel XVI secolo la chiesa venne eretta in commenda e unita al monastero olivetano di San Michele ad Alpes di Monghidoro. Fra i commendatari di Montorio ricordiamo Giovanni della Casa, autore del Galateo; in seguito pervenne ai conti Castelli di Bologna. Ancora nel Settecento alla pieve di Sambro erano sottoposte le chiese di Cedrecchia, Lagaro, Montefredente, Monteacuto Vallese, Qualto, Ripoli, Sant’Andrea val di Sambro e Zaccanesca, ultimi residui della circoscrizione molto più vasta di età medievale.
Il campanile fu costruito nel 1827 dove si conserva una campana trecentesca, forse proveniente dall’antica pieve.

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Monzuno
Oggi è il capoluogo dell’omonimo comune, ma in passato il territorio ha visto emergere altri centri di potere. Nel medioevo da Monzuno si dipartivano gli interessi dell’omonima famiglia, che possedeva beni e diritti nei territori circostanti


 

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